07/10/2016, 17:50



Uomini-che-odiano-le-donne


 Ogni giorno leggiamo di uomini che odiano le donne, di uomini che picchiano donne, di uomini che violentano donne, di uomini che uccidono donne.



Ogni giorno leggiamo di uomini che odiano le donne, di uomini che picchiano donne, di uomini che violentano donne, di uomini che uccidono donne. Che siano compagne, madri, figlie o semplici passanti, ogni giorno accade che un uomo manifesti il suo odio per una donna, nella maniera più brutale, nella maniera più vigliacca, nella maniera più becera.

Questo accade ad ogni latitudine, in ogni angolo del mondo: nelle grandi città metropolitane, nei piccoli villaggi campestri. Se esiste una cosa che accomuna tutte le civiltà moderne è il risentimento verso le donne. Un risentimento tollerato, giustificato, teorizzato, talvolta anche idealizzato. Sin dalle origini della civiltà contemporanea, presente in tutte le religioni monoteiste, la figura della donna è una figura subordinata alla volontà, prima del padre, poi del marito e prima ancora di tutto alla comunità stessa. In Italia, ad esempio, la violenza sessuale, fino a qualche decennio fa, era considerata un delitto contro la società e non contro la persona. 

Così come lo era il "delitto d’onore". In punto di diritto l’omicidio di una donna accusata di adulterio era considerato attenuante specifica. In senso più esteso il codice Rocco prevedeva che chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella "nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale" ricevesse pene inferiori a quelle del semplice omicidio. Non si capiva e non si capisce perché nella formula era prevista l’esclusione della madre.

Così come esisteva il matrimonio riparatore. Chiunque abusasse di una minore, sposandola estingueva la pena di violenza sessuale. Altra chicca del diritto era l’adulterio, punito solo se commesso da una donna e non da un uomo. Appare chiaro che il combinato disposto di queste sole tre leggi descriveva una società maschilista, patriarcale, dove la donna ricopriva un ruolo marginale e sessualmente represso. Dagli anni ’70 in poi ad una ad una queste leggi sono state abrogate. Lasciando dietro di se, purtroppo, l’odio per le donne che le aveva generate. Non vogliamo ripercorre gli anni di lotta dei movimenti femministi. 

Ci vogliamo occupare, invece, del radicamento nella nostra società di questo odio latente e a volte manifesto in maniera insopportabile. Nelle religioni monoteiste le donne sono da sempre considerate simbolo di impurità. A loro è vietato dare l’eucarestia, è vietato entrare in una moschea, è vietato leggere pubblicamente la Torah.  E pensare che nei culti pagani ritroviamo sacerdotesse, Dee, e più lontano nei secoli il simbolo stesso della vita. La prima scultura sacra esistente è una Dea: la dea della fertilità (Ale) Madre della vita!

La moderna genetica conferma questo approccio culturale avuto nel paleolitico. Una parte del nostro DNA, quella parte che indica la nostra origine (il DNA mitocondriale), fa risalire la discendenza genetica non all’uomo ma bensì alla donna. Il mitocondrio maschile, infatti, resta fuori dall’ovulo durante la fecondazione e non viene trasmesso al feto che riceve, invece, quello della madre. Non discendiamo da Adamo ma da Eva. Mater semper certa est. Altro aspetto che contraddice, nel rapporto uomo - donna, le culture teologiche arcaiche da quelle moderne è il rapporto con il corpo.

La nudità, la bellezza del corpo era l’esaltazione della purezza stessa della donna. Le Dee, a seno nudo o completamente nude, talvolta sedotte da altri dei o perfino da animali, erano e restavano sacre. Oggi la verginità, la castità, spesso ricoperta con casti abiti rappresentano il canone morale in cui le donne sono costrette a vivere.
Vergine e Santa si dice. Sarà, ma non Dea.

Le culture con tradizioni pagane, da questo punto di vista, sono sempre state all’avanguardia riguardo l’emancipazione della donna nella società. Sacerdotesse, guerriere, Dee erano alla testa delle battaglie. Si immaginavano popoli di sole donne, le Amazzoni; si temevano popoli di sole donne. Donne erano mostri capaci di pietrificare con lo sguardo, temibili al pari dei Titani. Donne erano le sirene, pericoli dei mari, più dello stesso Nettuno, più dello stesso Eolo. Donne e madri erano le consigliere degli eroi. Per loro si dichiarava guerra, per loro si bruciavano città, per loro si combatteva, a loro veniva dedicata la Vittoria (Nike, Dea anche questa).

Ma quando l’uomo ha iniziato ad odiare le donne? Molto probabilmente da quando, col diffondersi del Cristianesimo in occidente, le donne vennero considerate causa del degrado della società, individuata nella lussuria e nella libertà sessuale della civiltà pagana. La poligamia, la promiscuità, e in un certo senso la libertà sessuale a cui anche le donne partecipavano, divenne nel primo medioevo sinonimo di peccato. Alle donne venne tolto il diritto all’istruzione, la partecipazione attiva ai riti religiosi, a ricoprire ruoli principali nella vita politica e quando diventavano regine per diritto ereditario, non di rado venivano affiancate immediatamente da mariti scelti da altri a cui dovevano giurare fedeltà e obbedienza.

Dal buio del primo Medioevo questo stato si protrasse per tutti i secoli successivi fino ai giorni nostri. Illibate, vergini, e in alcune culture private del clitoride, le donne hanno pian piano iniziato a riprendersi il loro ruolo nella società contemporanea di radice giudaico-cristiana o islamica che sia. Bruciate vive per stregoneria, lapidate per adulterio, il loro lento riscatto è approdato ai giorni nostri. Le ragioni dell’odio le ritroviamo nella frustrazione del riscatto. Per dirla tutta nella difficoltà dell’uomo contemporaneo di misurarsi con questo. Nella cronaca ritroviamo i particolari simbolici di questa frustrazione. Relazioni finite, amori non corrisposti, comportamenti ritenuti libertini, gelosia, sono il comune denominatore del risentimento verso le donne. 

L’uomo moderno, anche se non lo ammetterà mai, non accetta di non essere stato l’unico uomo della "sua donna". L’uomo moderno, qualunque sia la sua estrazione sociale, il suo grado di istruzione, non ammetterà mai di essere rifiutato, tradito, lasciato. Che sia il passato, il presente o il futuro, l’uomo contemporaneo vive il complesso freudiano del tabù. Più crudelmente il complesso fallico del suo io. Ricerca nel suo modello ancestrale la clava, unico strumento di sottomissione della donna, la forza, la violenza.

Dal semplice apprezzamento allo stalking, oggi le moderne generazioni considerano il corpo della donna il parco giochi negato da un infanzia e un vissuto complesso, dove il timore di divenire essi stessi oggetto di gioco, spingono l’Io a considerarsi soggetto attivo della visione misogina del mondo, trasferendo alla prevaricazione sul "genere" la frustrazione del proprio Io. Non è un caso che, rifugiandosi nel branco dove ruoli e regole sono predeterminate, vengono elaborate e messe in atto le peggiori bestialità. Disinibiti, incoscienti e oltre ogni limite agiscono. Prima sui Social Network, poi nel territorio che marcano, ed infine di nuovo sui Social Network condividono le immagini delle loro azioni,comunicando al mondo misogino che anch’essi ne fanno parte. 

Non è il solo gesto che placa il desiderio frustrante ma é la comunicazione al mondo che allevia il dolore inconscio. Non c’è consapevolezza del gesto perché non c’è conoscenza di se stessi. Si partecipa alla lapidazione per essere sicuri di non diventarne oggetto.

É la paura di essere "oggetto" che spinge i giovani, gli adulti, gli uomini, in generale, a divenire "soggetto". Semplice, inarrestabile paura. Eppure basterebbe che si cibasse del frutto della conoscenza. Ve lo ricordate? <e il Signore Dio impose all’uomo questo comando: "Di ogni albero del giardino puoi mangiare a sazietà. Ma in quanto all’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, poiché nel giorno in cui ne mangerai ’certamente’ morirai" > (Genesi 2,16) 

Non siamo morti, anche il Dio ebraico non mantiene le promesse. Fummo spinti da una donna a farlo, a cibarci di conoscenza, e solo coloro che si cibano di conoscenza saranno sempre grati alle donne amandole.

07/10/2016, 13:07



Legno


 Zona bene, piazza elegante, il mare nonostante tutto fa sentire il suo odore. Vicolo. Uno slargo lascia intuire un passato diverso, un uso antico dei luoghi.



Zona bene, piazza elegante, il mare nonostante tutto fa sentire il suo odore. Vicolo. Uno slargo lascia intuire un passato diverso, un uso antico dei luoghi. Un portone chiuso. Chiuso.

L’appuntamento l’abbiamo preso con uno scambio di e-mail. Tutti possono contattare questa comunità come ho fatto io; il canale è un sito, ovviamente. Non ho idea di chi sia la persona a cui avevo comunicato il mio nome, dalla firma dell’e-mail so solo che è una donna. Immagino però che i nomi di tutti noi visitatori siano stati controllati. Davanti al portone due militari, esercito italiano, assetto di guardia armata. 

La ragazza, perché si tratta di una ragazza, apre e ci dà il benvenuto; i soldati prendono i documenti, scorrono la lista che hanno in mano, guardano nelle borse, con molto garbo, e ci lasciano oltrepassare l’uscio del portone. Siamo all’interno dell’antico palazzo che ospita la Sinagoga di Napoli, un palazzo che per tanti motivi ha avuto grande parte nelle vicende di questa città. 

Lo spirito, la storia, i luoghi, le curiosità, il senso del sacro e la sacralità della vita che hanno animato ed animano questa grande cultura e questa piccola comunità si susseguono nel racconto della giovane guida. La Torà, il Talmud la realtà quotidiana e le tragedie della storia sono raccontati come solo chi viene da culture millenarie può fare. E le tragedie e i lutti che racconta non sono lontane nel tempo e nello spazio, hanno colpito anche Napoli, molto duramente. 

Mi gratifica l’affermazione di napoletanità di questa comunità che sgorga in un cristallino "noi siamo napoletani" scandito senza esitazione. Mi colpisce qualche secca risposta a domande che certamente urtano la sensibilità di chi ha subito tragedie come la shoà (....se mai ci fossero tragedie paragonabili alla shoà...). Mi interessa come, con eleganza e fermezza viene smontato qualche luogo comune sulla "diversità  e tolleranza italiane". 
Quei soldati all’ingresso non sono lì per l’isis, o almeno non solo per l’isis; sono lì perché quel luogo è stato definito obiettivo sensibile anche di antisemitismo interno, italiano. 

Tanti racconti, e tra essi mi fa riflettere la storia della famiglia Rothschild, banchieri tra i più potenti d’Europa, che per decenni tra il 1830 ed il 1860 affiancarono alle loro sedi storiche di Londra, Francoforte, Vienna, Parigi, una potentissima a Napoli e non a Torino Milano o Roma, e fecero fiorire la comunità ebraica essendo parte integrante della città. 

Tra le altre testimonianze di appartenenza alla città mi affascina soprattutto la storia di Giorgio Ascarelli, il primo presidente del Calcio Napoli. Siamo nel 1926. Quanti napoletani sanno che questo industriale ebreo costruì a proprie spese lo stadio del Napoli; il primo stadio del Napoli?  

Quanti napoletani sanno che quello stadio, completamente fatto di legno, materia tanto evocativa nella tradizione ebraica, fu dedicato ad Ascarelli per pochi anni, dopo la sua morte, per poi mutare nome in ossequio all’antisemitismo fascista ed essere infine distrutto dai bombardamenti che dilaniarono questa città? Una tale successione di accadimenti appare così metaforica nel passaggio dalla nascita alla rimozione della memoria ed infine alla  distruzione di un luogo di socialità di partecipazione e di vita. 

In giorni in cui in disinvolte iniziative editoriali qualcuno "regala" il Mein Kampf, ci deve soccorrere il recupero anche di queste memorie della nostra identità.
07/10/2016, 12:40



L’Estate-è-finita


 Ci ha accolti subito la pioggia, in un settembre diventato già ottobre che ha spazzato via, forse troppo presto e frettolosamente, una estate a cui abbiamo provato ad aggrapparci per riscaldare i pensieri.



Ci ha accolti subito la pioggia, in un  settembre diventato già ottobre che ha spazzato via, forse troppo presto e frettolosamente, una estate a cui abbiamo provato ad aggrapparci per riscaldare i pensieri.

E mentre l’abbronzatura lascia con infamia goliardica tracce del suo passaggio sulla pelle, a ricordarti il recente e già lontano fasto solare, provi a riflettere su cosa è accaduto in queste poche settimane di pausa, come è cambiato questo paese, cosa dobbiamo abbracciare, dove non è servito ubriacarci per dimenticare.

La ricorderemo come l’estate dei Pokémon go, i mostriciattoli virtuali che sembravano aver invaso il pianeta terrestre, minacciando con la loro "essenza assente", il nostro già labile equilibrio psichico, nonché i rapporti sociali e con l’ambiente circostante. Si sono paventati scenari come quelli immaginati nei fumetti di Dylan Dog: storie di esistenze parallele, cervelli microchippati, operazioni da laboratorio di controllo di massa. Insomma un futuribile presente che lasciava a dir poco inquieti.

Ed invece i Pokémon non sono stati che un’ illusione di svago, un esperimento di gioco, un fenomeno passaggero che ha preso subito a sgonfiarsi, mentre sì altri mostri, reali, in carne ed ossa, continuavano a tirare come sempre e senza pausa, i fili di milioni di burattini, decidendo della vita, della morte, della povertà e delle guerre di intere popolazioni: Pokémon in giacca e cravatta.

Nessuna App creata da multinazionali, è riuscita a salvare però le migliaia di profughi che hanno continuato a morire nel nostro mare. Ancora fantocci inanimati e gonfi, maglie colorate, mani, mani, mani che hanno smesso di chiedere aiuto. Numeri. Quello stesso mare che lambiva coste su cui hanno impazzato balli di gruppo, anguria party, risvegli muscolari: cuffie sui capi, cellulite su cosce finalmente scoperte, sorrisi di rappresentanza e gonfiabili colorati; altre mani che si agitano, ballando. Lo stesso mare, quello della morte e della vita che finge di rincorrere se stessa nella necessità di non sapere, di alzare la musica per non sentire le grida. "Sono solo due settimane di vacanza, vi prego non morite ora!".

Ed Invece sono morti, anche d’estate.  E così, in un alternarsi tra virtuale e reale, in un avvicendarsi mai paritario di notizie effimere attenzionate e virali e tragedie reali, spesso ignorate, siamo andati incontro alla ennesima estate della nostra vita. 
Un Pokémon conteso di nome Higuain, ha lacerato invece "o’ core napulitano". 

Non si ciarlava che del tradimento di un giocatore, e della ferita di una città orgogliosa, unita nell’odio e nella delusione. Un popolo di indignati. Ma i napoletani son fatti così, si sa, sono appassionati! Eppure la stessa passione indignata non si è palesata per la terra dei fuochi che ha continuato ininterrottamente a bruciare. Non per la puzza di spazzatura che, complici le alte temperature, ha invaso case e polmoni: un miasma fetido di rassegnazione e morte. Non per la consapevolezza di essere ostaggio di ingranaggi criminali e mafiosi, della oggettiva difficoltà di cambiare lo stato di cose presente. 

Non indignazione per i roghi dei campi rom, che mani assassine hanno appiccato a dispetto dei santi e dei bambini. Topi costretti alla fuga. Non più uomini, ma topi. Piccoli Pokémon, nati dalla parte sbagliata dei campi, a cui qualcuno ha dato per davvero la caccia. Poi ci abbiamo provato. Abbiamo spento la televisione, i telefoni...la "testa". Abbiamo fatto finta di essere in vacanza, di averne le possibilità economica, di meritarla.

Ci abbiamo provato nonostante l’incubo delle "purghe", delle epurazioni palesatesi nelle fotografie di centinaia di uomini ammassati a torso nudo, ammanettati, costretti a stare a capo chino come bestie prigioniere dopo il tentato golpe in Turchia; nonostante gli operai continuassero a cadere giù da impalcature di fortuna e molti altri si buttassero giù con proposito suicida; ci abbiamo provato nonostante la farsa del fertility day, le polemiche sul Burkini, e l’attesa della "mail di ferragosto" che avrebbe assegnato una destinazione, chissà dove (chissà perché!) a migliaia di insegnanti precari.

Gene Wilder, a questo punto, avrebbe fatto dire al Dr Frankstein, a proposito del nobile lavoro dell’insegnamento: "Che lavoro schifoso!" E Igor gli avrebbe risposto con la celebre battuta: "Potrebbe esser peggio, potrebbe piovere!"  
E poi? E poi, più che la pioggia,  la terra ha tremato, forte, ed un paese si è sbriciolato come un pacco di fette biscottate. Sotto le macerie non i Pokémon ma tante vite spezzate (ancora!) e ciò che rimaneva degli ultimi scampoli di sole delle nostre speranze.
  
E l’estate è davvero finita!



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