29/05/2016, 12:55



La-speranza-come-una-cometa-in-cima-alla-tendopoli-


 Ci sono dei luoghi che resteranno impressi nella memoria per sempre e che porteranno nel suono del loro nome, scolpiti come un’eredità, certi accadimenti che ne hanno rubato identità e storia, impossessandosene.



Ci sono dei luoghi che resteranno impressi nella memoria per sempre e che porteranno nel suono del loro nome, scolpiti come un’eredità, certi accadimenti che ne hanno rubato identità e storia, impossessandosene.   E’ stato così per Chernobyl, che evocherà chissà per quanto ancora la nube tossica che ha avvolto la sua gente; è stato così per Tienanmen, quella piazza che resterà per sempre un ragazzo che da solo sfidava i carrinarmati, o per Ustica, il mistero di un aereo che lì ha inghiottito vite e segreti. E sarà così per Idomeni, che fino a poco tempo fa neanche sapevamo essere un piccolo villaggio greco al confine con la Macedonia.  Di Idomeni ci resteranno i passi, le impronte, l’anima di un popolo in fuga che qui ha trovato la sua terra fantasma, un limbo che per ora è la fine di una corsa. 

Ci resterà l’immagine lunga chilometri del filo spinato, oltre il quale occhi disperati e vivi puntano lo sguardo e vi lasciano il sangue, di rotaie puntellate da tende colorate, accampate alla meglio, spesso sotto un vento impietoso ed una pioggia scrosciante, battente (ma perché piovensempre dove già si annega?) che si confonde ad altro bagnato, quello delle lacrime di chi, scappando, non ha trovato né libertà né pace. 

Resteranno i flash di tante fotografie viste ed immaginate: bambini che nonostante il fango e la paura provano a giocare con quel che hanno a disposizione, a sorridere davanti ad una telecamera, le file infinite per un pasto caldo, le malattie che corrono più veloci dei passi, i visi che spuntano fuori da quei piccoli accampamenti pensati per lo svago; i chissà quanti racconti lasciati a nuovi compagni di avventura e di vita: magari piccoli testamenti, la promessa di salutare qualcuno se non si sopravvivrà; quattro stracci messi ad asciugare in quegli sparuti, miracolosi momenti di sole. Qualche foto in una tasca. 

Idomeni è un simbolo crudele, quello di 12mila profughi, per la maggior parte siriani e iracheni, per il 40% bambini, costretti ad un’attesa straziante; di una unione europea in frantumi che cancella di fatto i diritti umanitari, e tradisce se stessa ed i valori per cui era stata concepita scivolando verso una deriva propria di politiche della destra  più fascista e xenofoba, come si evidenzia con la sospensione di fatto della libera circolazione Schengen ai confini con l’Austria, con le brutali azioni repressive da parte della polizia di confine macedone sui corpi dei profughi, il fallimento della politica degli Hotspot, e della cosiddetta relocation.

Un’Europa fortezza che dimostra ogni giorno di più l’incapacità e la scarsa volontà di gestire emergenze e drammi umanitari.  Idomeni è la nostra coscienza. L’incubo che abbiamo tutti di dover scappare dalle nostre case, le nostre sicurezze, la pace. L’incubo di vedere i nostri figli in pericolo, di non poterli proteggere, essendo a nostra volta in pericolo, braccati; di dover scegliere tra una morte annunciata ed una possibile, lasciando tutto alle spalle, e portando su di esse, addosso, solo quello che di più caro si ha: gli affetti. E ritrovarsi in mezzo al mare. 

A boccheggiare per sopravvivere. L’incubo di ritrovarci soli, offesi, in una terra straniera che ci tratta come cani pulciosi. Come se la dignità di una persona si perdesse insieme alle sicurezze che gli girano intorno: gli abiti puliti, una casa, l’auto.  Idomeni ci ricorda cosa significhi scappare, perdere tutto.  Cosa sia una guerra, ed i volti della guerra che sono sempre gli stessi, a qualsiasi latitudine ed in qualsiasi epoca storica. La polvere sulla faccia, le barbe che crescono, la necessità dei bambini alla cura, al cibo, mamme che all’improvviso si ritrovano madonne, i volti scavati, i fazzoletti sulla testa a proteggersi dalle intemperie, le braccia ed il seno come unica accoglienza per quei figli della guerra e di nessuno. 

Idomeni è il tempo che si è fermato, che è tornato indietro, na quello dei nostri nonni, ai ricordi dei  campi e delle privazioni di un mondo che credevamo sepolto, che ci eravamo illusi di cambiare e rendere migliore.  Eppure Idomeni, dall’inferno, ci racconta  che si può restare umani, nonostante tutto, nelle piccole, spontanee e numerose storie di sostegno e di intervento al di là e nonostante politiche di chiusura e di rigetto. E sono quelle numerose, piccole commoventi storie dei volontari che ci fanno sperare ancora che un mondo migliore sia possibile. E sono tanti, provenienti da qualunque parte dell’Europa attivisti, studenti, volontari, medici, suore, gente senza nome e senza volto, gli angeli che portano un contributo di aiuto e cura.  Ed è la popolazione locale greca (come già accaduto in Sicilia) che non ha esitato a tendere una mano ed a offrire un segno reale di vicinanza e ascolto nonché a fornire beni di prima necessità, nonostante fosse a sua volta stremata ed offesa da politiche di austerità impostale. 

C’è una parola antica e meravigliosa che i greci  hanno a disposizione per raccontare questonslancio. Allilengýi, si dice: ovvero "solidarietà". Essa reca al proprio interno la radice del "reciproco" espressione di garanzia, pegno: indica, insomma, un atto di fiducia reciproca, di consapevolezza e riconoscimento della comunanza di un destino.  Ecco: è proprio a questa parola, al suo nobile significato che mi aggrappo per prendere fiato e guardare avanti. Allilengýi, dunque. Luminosa come un cometa in cima alla tendopoli di Idomeni e delle nostre speranze.


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