07/10/2016, 13:07



Legno


 Zona bene, piazza elegante, il mare nonostante tutto fa sentire il suo odore. Vicolo. Uno slargo lascia intuire un passato diverso, un uso antico dei luoghi.



Zona bene, piazza elegante, il mare nonostante tutto fa sentire il suo odore. Vicolo. Uno slargo lascia intuire un passato diverso, un uso antico dei luoghi. Un portone chiuso. Chiuso.

L’appuntamento l’abbiamo preso con uno scambio di e-mail. Tutti possono contattare questa comunità come ho fatto io; il canale è un sito, ovviamente. Non ho idea di chi sia la persona a cui avevo comunicato il mio nome, dalla firma dell’e-mail so solo che è una donna. Immagino però che i nomi di tutti noi visitatori siano stati controllati. Davanti al portone due militari, esercito italiano, assetto di guardia armata. 

La ragazza, perché si tratta di una ragazza, apre e ci dà il benvenuto; i soldati prendono i documenti, scorrono la lista che hanno in mano, guardano nelle borse, con molto garbo, e ci lasciano oltrepassare l’uscio del portone. Siamo all’interno dell’antico palazzo che ospita la Sinagoga di Napoli, un palazzo che per tanti motivi ha avuto grande parte nelle vicende di questa città. 

Lo spirito, la storia, i luoghi, le curiosità, il senso del sacro e la sacralità della vita che hanno animato ed animano questa grande cultura e questa piccola comunità si susseguono nel racconto della giovane guida. La Torà, il Talmud la realtà quotidiana e le tragedie della storia sono raccontati come solo chi viene da culture millenarie può fare. E le tragedie e i lutti che racconta non sono lontane nel tempo e nello spazio, hanno colpito anche Napoli, molto duramente. 

Mi gratifica l’affermazione di napoletanità di questa comunità che sgorga in un cristallino "noi siamo napoletani" scandito senza esitazione. Mi colpisce qualche secca risposta a domande che certamente urtano la sensibilità di chi ha subito tragedie come la shoà (....se mai ci fossero tragedie paragonabili alla shoà...). Mi interessa come, con eleganza e fermezza viene smontato qualche luogo comune sulla "diversità  e tolleranza italiane". 
Quei soldati all’ingresso non sono lì per l’isis, o almeno non solo per l’isis; sono lì perché quel luogo è stato definito obiettivo sensibile anche di antisemitismo interno, italiano. 

Tanti racconti, e tra essi mi fa riflettere la storia della famiglia Rothschild, banchieri tra i più potenti d’Europa, che per decenni tra il 1830 ed il 1860 affiancarono alle loro sedi storiche di Londra, Francoforte, Vienna, Parigi, una potentissima a Napoli e non a Torino Milano o Roma, e fecero fiorire la comunità ebraica essendo parte integrante della città. 

Tra le altre testimonianze di appartenenza alla città mi affascina soprattutto la storia di Giorgio Ascarelli, il primo presidente del Calcio Napoli. Siamo nel 1926. Quanti napoletani sanno che questo industriale ebreo costruì a proprie spese lo stadio del Napoli; il primo stadio del Napoli?  

Quanti napoletani sanno che quello stadio, completamente fatto di legno, materia tanto evocativa nella tradizione ebraica, fu dedicato ad Ascarelli per pochi anni, dopo la sua morte, per poi mutare nome in ossequio all’antisemitismo fascista ed essere infine distrutto dai bombardamenti che dilaniarono questa città? Una tale successione di accadimenti appare così metaforica nel passaggio dalla nascita alla rimozione della memoria ed infine alla  distruzione di un luogo di socialità di partecipazione e di vita. 

In giorni in cui in disinvolte iniziative editoriali qualcuno "regala" il Mein Kampf, ci deve soccorrere il recupero anche di queste memorie della nostra identità.


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