29/05/2016, 12:58



Luoghi-del-passato,-luoghi-dal-passato.---


 Mi piace passeggiare, quando ho tempo, per i campi sterminati della Pianura Campana.



Mi piace passeggiare, quando ho tempo, per i campi sterminati della Pianura Campana. Perdersi tra i viottoli, avventurarsi nei lembi di terreno, godersi il panorama che, nelle belle giornate che seguono un temporale, regala una vista mozzafiato dai monti azzurrini dell’Appennino al Vesuvio, alla penisola sorrentina.

Mi piace inoltrarmi nelle masserie che punteggiano il territorio, antichi luoghi di fatica, di dolori, di soddisfazioni. Entrare in una di queste antiche abitazioni, esplorarne gli ambienti, far risuonare dopo decenni una voce umana tra quelle mura un tempo movimentate.  Entro in una di esse, una delle 48 sparse nei campi di Afragola. Entro nella corte interna, vedo arcate laggiù, al piano terra. 

Dove ora l’erba domina sovrana, fino a 50, 70 anni fa anonimi braccianti lavoravano la canapa lasciata ammollire nelle vasche poco lontano dalla masseria, mandriani si occupavano delle stalle, inservienti intrecciavano capi d’aglio e di cipolle. Là, dove un cumulo di spazzatura copre il buco, c’era un pozzo che riforniva uomini e animali. 

Qui, dove la volta è crollata lasciando intravvedere il piano superiore, c’erano le cucine e i forni, più d’uno per le necessità dei numerosi coloni che curavano, piegandosi sotto il sole cocente della primavera campana, le terre del signore. Ecco le scale che portano alle stanze del padrone: una serie di ambienti, un tempo più caldi rispetto a quelli sottostanti e adesso simili a questi per la distruzione arrecata dal tempo e dai vandali. 

Mi intrufolo incuriosito in queste stanze dal soffitto altissimo, e dalle finestre piccole. Niente balconi, solo un loggiato dove affacciano tutti questi locali, divenuti vuoti ambienti, un tempo pieni di vita, oggi freddi più della morte. Qui, in questa sala che affaccia su un Vesuvio dalla cima tagliata di netto da una bizzarra nuvola, il padrone comandava famiglia e coloni, decideva con una parola l’andamento economico di interi nuclei famigliari, poteva rendere sollevati o disperati padri di famiglia, arrogante come non mai, vero signore del colono ignorante più del lontano re a Napoli. 

E ora? Dove sono quei coloni ansiosi di non perdere un lavoro massacrante? Dove sono quei padroni che giocavano con destini di loro simili solo per eredità mal guadagnate?  Cosa resta di quei tempi? Pietre distrutte ed erba alta. Questi monumenti al passato che sono le masserie dei nostri avi sono patrimoni abbandonati, che reclamano attenzione all’ignaro passante. 

Da queste pietre il vento della Storia accarezza il viso del viandante, e gli ricorda un passato lontano e recente, e un presente tecnologico, comodo, manmeno vissuto rispetto a quelle epoche. Perchè, come è stato detto, "ai nostri tempi la vita è un mestiere". Allora, invece, era un’esistenza".
29/05/2016, 12:55



La-speranza-come-una-cometa-in-cima-alla-tendopoli-


 Ci sono dei luoghi che resteranno impressi nella memoria per sempre e che porteranno nel suono del loro nome, scolpiti come un’eredità, certi accadimenti che ne hanno rubato identità e storia, impossessandosene.



Ci sono dei luoghi che resteranno impressi nella memoria per sempre e che porteranno nel suono del loro nome, scolpiti come un’eredità, certi accadimenti che ne hanno rubato identità e storia, impossessandosene.   E’ stato così per Chernobyl, che evocherà chissà per quanto ancora la nube tossica che ha avvolto la sua gente; è stato così per Tienanmen, quella piazza che resterà per sempre un ragazzo che da solo sfidava i carrinarmati, o per Ustica, il mistero di un aereo che lì ha inghiottito vite e segreti. E sarà così per Idomeni, che fino a poco tempo fa neanche sapevamo essere un piccolo villaggio greco al confine con la Macedonia.  Di Idomeni ci resteranno i passi, le impronte, l’anima di un popolo in fuga che qui ha trovato la sua terra fantasma, un limbo che per ora è la fine di una corsa. 

Ci resterà l’immagine lunga chilometri del filo spinato, oltre il quale occhi disperati e vivi puntano lo sguardo e vi lasciano il sangue, di rotaie puntellate da tende colorate, accampate alla meglio, spesso sotto un vento impietoso ed una pioggia scrosciante, battente (ma perché piovensempre dove già si annega?) che si confonde ad altro bagnato, quello delle lacrime di chi, scappando, non ha trovato né libertà né pace. 

Resteranno i flash di tante fotografie viste ed immaginate: bambini che nonostante il fango e la paura provano a giocare con quel che hanno a disposizione, a sorridere davanti ad una telecamera, le file infinite per un pasto caldo, le malattie che corrono più veloci dei passi, i visi che spuntano fuori da quei piccoli accampamenti pensati per lo svago; i chissà quanti racconti lasciati a nuovi compagni di avventura e di vita: magari piccoli testamenti, la promessa di salutare qualcuno se non si sopravvivrà; quattro stracci messi ad asciugare in quegli sparuti, miracolosi momenti di sole. Qualche foto in una tasca. 

Idomeni è un simbolo crudele, quello di 12mila profughi, per la maggior parte siriani e iracheni, per il 40% bambini, costretti ad un’attesa straziante; di una unione europea in frantumi che cancella di fatto i diritti umanitari, e tradisce se stessa ed i valori per cui era stata concepita scivolando verso una deriva propria di politiche della destra  più fascista e xenofoba, come si evidenzia con la sospensione di fatto della libera circolazione Schengen ai confini con l’Austria, con le brutali azioni repressive da parte della polizia di confine macedone sui corpi dei profughi, il fallimento della politica degli Hotspot, e della cosiddetta relocation.

Un’Europa fortezza che dimostra ogni giorno di più l’incapacità e la scarsa volontà di gestire emergenze e drammi umanitari.  Idomeni è la nostra coscienza. L’incubo che abbiamo tutti di dover scappare dalle nostre case, le nostre sicurezze, la pace. L’incubo di vedere i nostri figli in pericolo, di non poterli proteggere, essendo a nostra volta in pericolo, braccati; di dover scegliere tra una morte annunciata ed una possibile, lasciando tutto alle spalle, e portando su di esse, addosso, solo quello che di più caro si ha: gli affetti. E ritrovarsi in mezzo al mare. 

A boccheggiare per sopravvivere. L’incubo di ritrovarci soli, offesi, in una terra straniera che ci tratta come cani pulciosi. Come se la dignità di una persona si perdesse insieme alle sicurezze che gli girano intorno: gli abiti puliti, una casa, l’auto.  Idomeni ci ricorda cosa significhi scappare, perdere tutto.  Cosa sia una guerra, ed i volti della guerra che sono sempre gli stessi, a qualsiasi latitudine ed in qualsiasi epoca storica. La polvere sulla faccia, le barbe che crescono, la necessità dei bambini alla cura, al cibo, mamme che all’improvviso si ritrovano madonne, i volti scavati, i fazzoletti sulla testa a proteggersi dalle intemperie, le braccia ed il seno come unica accoglienza per quei figli della guerra e di nessuno. 

Idomeni è il tempo che si è fermato, che è tornato indietro, na quello dei nostri nonni, ai ricordi dei  campi e delle privazioni di un mondo che credevamo sepolto, che ci eravamo illusi di cambiare e rendere migliore.  Eppure Idomeni, dall’inferno, ci racconta  che si può restare umani, nonostante tutto, nelle piccole, spontanee e numerose storie di sostegno e di intervento al di là e nonostante politiche di chiusura e di rigetto. E sono quelle numerose, piccole commoventi storie dei volontari che ci fanno sperare ancora che un mondo migliore sia possibile. E sono tanti, provenienti da qualunque parte dell’Europa attivisti, studenti, volontari, medici, suore, gente senza nome e senza volto, gli angeli che portano un contributo di aiuto e cura.  Ed è la popolazione locale greca (come già accaduto in Sicilia) che non ha esitato a tendere una mano ed a offrire un segno reale di vicinanza e ascolto nonché a fornire beni di prima necessità, nonostante fosse a sua volta stremata ed offesa da politiche di austerità impostale. 

C’è una parola antica e meravigliosa che i greci  hanno a disposizione per raccontare questonslancio. Allilengýi, si dice: ovvero "solidarietà". Essa reca al proprio interno la radice del "reciproco" espressione di garanzia, pegno: indica, insomma, un atto di fiducia reciproca, di consapevolezza e riconoscimento della comunanza di un destino.  Ecco: è proprio a questa parola, al suo nobile significato che mi aggrappo per prendere fiato e guardare avanti. Allilengýi, dunque. Luminosa come un cometa in cima alla tendopoli di Idomeni e delle nostre speranze.
29/05/2016, 12:45



Corpi-di-profitto-


 Il mondo si è suicidato. I ricchi hanno messo la corda, i poveri il collo.



Il mondo si è suicidato. I ricchi hanno messo la corda, i poveri il collo. E adesso? Adesso bisogna organizzare il funerale del mondo, parlo del mondo degli umani, le piante e gli animali hanno una meravigliosa salute precaria. Non pensate a un funerale antico: la banda coi clarini, le corone di ferro il prete, il sacrestano, la furia della bara sulle spalle, il fiume nero che sale al cimitero, deposita il sasso della morte e torna a casa.
Il funerale a cui penso può essere lieve, allegro, può durare solo un attimo, potete farlo anche da soli nella vostra testa, l’importante è capire che questo nostro mondo è morto e ce ne vuole un altro che ci possa scarcerare dalla dittatura del denaro, dall’idea del guadagno

(di Franco Arminio)  

C’era una volta la sanità pubblica italiana. Nel suo momentondi massimo splendore i cittadini, con la storica differenza tra Nord e Sud delnPaese, godevano dell’applicazione dell’art. 32 della Costituzione che, è d’uopo ricordarlo, recita: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. 

La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana." Cosa è successo? Hanno abolito l’art. 32? Pare di no. Non esistono più indigenti in Italia? Chissà come si chiamano ora quelli che non hanno reddito o magari ne hanno, ma sotto i mille euro al mese. Forse sono troppi e la Repubblica non ha sufficiente denaro per garantire la salute a coloro che per i potenti sono marginali. 

Spende, però, quasi un centinaio di  miliardi di euro all’anno, somma equivalente ormai  all’intera spesa sanitaria nazionale, per gli interessi sul debito pubblico, in pratica è sotto usura legalizzata,  oppure dà tanti soldi in appalti di lavori a privati che non migliorano di un pizzico la vita dei cittadini, mentre fanno vivere vite grasse e serene agli amici degli amici, che se ne possono fregare della sanità pubblica allegramente, tanto pensano di potersi pagare la salute. 

Eppure anche quelli che pensano di pagarsi la salute sono corpi di profitto. Non si rendono conto che sono in un meccanismo di noleggio del corpo a tempo variabile, con ricavi invertiti in quanto paga il proprietario del corpo e senza possibilità di riscatto perché nel contratto tacito non è prevista, generalmente, nessuna cura definitiva. 

Chi non può stipulare questo tipo di contratto, il povero, può anche morire a breve, tanto dal suo corpo non si può ricavare nessun denaro. La logica del guadagno è diventata così pervasiva che niente, più niente è immune dal contagio. Acqua, energia, territorio, cultura e corpi umani sono solo fonti di arricchimento. 

E’ scomparsa l’idea che acqua, energia, territorio e cultura sono beni con valore d’uso per la collettività e conta solo il loro valore economico. Così come i corpi umani, una volta dissociati dalle individualità, incutendo o sollecitando la paura della malattiane della morte, sono uno strumento formidabile per rimpolpare le tasche delle multinazionali del farmaco, dei proprietari di laboratori di analisi e di una bella fetta dei cosiddetti medici. 

E’ come andare in giro con la lanterna di Diogene riuscire a trovare un medico che faccia una diagnosi, primo atto della propria professione, dai sintomi che una persona presenta. Ci pensa il softwarenche la tale multinazionale gli ha installato sul PC dello studio gratis, oltre il viaggio conferenza - vacanza: basta immettere i sintomi ed esce la cura, guarda caso i farmaci della stessa multinazionale. 

Oppure bisogna indagare e allora giù analisi a più non posso o esami estenuanti e dannosi, prima un’ecografia, poi la TAC, poi la TAC con contrasto, quindi la PET e dato che cinsono file chilometriche alle ASL o agli ospedali pubblici, per fare prima, ènurgente, meglio rivolgersi ad una struttura privata, sempre convenzionata, pagata cioè con i soldi che dovrebbero servire alla sanità pubblica.

Questa quota, notevole, di medici fa in realtà il mestiere di procacciatore di affari, in proprio quando lavorano essi stessi anche nellentali strutture private, o per conto terzi, loro colleghi che troveranno il modondi rendere la cortesia. Più che di laurea in medicina, sarebbe il caso di parlare di laurea in marketing occulto e terroristico.

Quanti, tra i dottori in medicina hanno tenuto fede al giuramento di Ippocrate? Pochissimi. Li trovi generalmente nelle ASL, oberati di lavoro, non solo quello strettamente attinente alla loro professione, ma anche quello burocratico, perché hanno tagliato i fondi e quindi devono fare tutto loro. 

Sono i medici-eroi, quelli in grado di dirti veramente di cosa soffri, se soffri. Sono quelli che ti visitano senza smancerie di contorno, ma che ti curano, se cura c’è. Sono quelli che non hanno lo studio privato e ti dicono, lasci perdere, se ha bisogno, mi trova qui. Perché sanno fino in fondo che la salute non può essere mischiata con il denaro. 

Curano le persone, non fanno terrorismo, non usano i corpi per arricchirsi oltre ogni ragionevole misura. Quanti, tra gli iscritti alla facoltà di medicina, l’hanno scelta scevri dall’obiettivo di una ricca e comoda professione? E cosa stanno formando i nostri Atenei? 

Quanti esempi di onestà, bravura, dedizione contreranno durante i loro studi? Pochi, pochissimi, perché ogni cosa, quindi anche i percorsi di formazione e studio, tende a rinforzare gli individualismi e gli egoismi, a distruggere tutto ciò che è pubblico, ossia proprietà sociale indivisa. 

E’ evidente che la Sanità pubblica va verso lo smantellamento: con la scusa del debito sono anni e anni che si continuano a tagliare i fondi, si fanno pagare ticket, a volte veramente esosi, alla maggior parte della popolazione, continua come un mantra l’ossessione "privato è bello, efficiente", nonostante ogni volta si sia privatizzato il risultato è stato maggiori costi e peggiori servizi. 

Inserire nel sistema della messa a valore economico, attraverso la privatizzazione, la salute è stato un atto barbaro: ha frantumato la sacralità del corpo, ha reso inumani gli stessi operatori sanitari, nei quali non abbiamo più fiducia perché non si prendono più cura delle nostre sofferenze. A prezzo della completa distruzione della Sanità pubblica, verso cui si procede a passi spediti, e dell’abolizione di fatto dell’art. 32 della Costituzione, noi tutti saremo interamente corpi di profitto. 


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