04/02/2016, 16:46





 So di non sapere, "docta ignorantia". Ora, diversamente dal tempo socratico, non presenta più problemi. Qualsiasi curiosità, ignoranza, può essere soddisfatta con un semplice click su un qualsiasi motore di ricerca, ed, opplà, arriva la risposta alla



So di non sapere, "docta ignorantia". Ora, diversamente dal tempo socratico, non presenta più problemi. Qualsiasi curiosità, ignoranza, può essere soddisfatta con un semplice click su un qualsiasi motore di ricerca, ed, opplà, arriva la risposta alla pruriginosa curiosità. Si legge velocemente, ci si informa sulle quattro notizie fast-food e si tira avanti in modo approssimativo, in attesa della prossima domanda o curiosità da soddisfare. Questo modo così approssimativo di trattare argomenti che avrebbero bisogno di ben altro impegno, approfondimento e studi è diventato regola e approccio. Sembra quasi che uno abbia paura e timore di entrarci dentro, di scoprire altro, di saperne di più. Un altro sapere che potrebbe turbare la quotidianità  imposta e accettata. E’ stato assorbito il concetto che "studiare è inutile", non serve, non dà sbocchi lavorativi. Quindi perché profondere tempo, denaro, sacrificio, energie per un’attività che non dà nessuna, o poche risposte occupazionali?nMi sono sempre interrogato su questa domanda, da decenni, e ho rifiutato questo binomio: studio-lavoro. Lo studio, la conoscenza, gli approfondimenti culturali, le curiosità intellettuali, la ricerca continua di nuove e stimolanti concetti, parole, autori, libri, argomenti sono cibo per la mente. Un cibo che fa bene all’anima, un cibo che rende meno approssimativa una vita.nHanno inculcato il concetto della utilità, finalità dello studio solo come sbocco lavorativo, quindi non trovare un lavoro rispondente allo studio intrapreso vorrebbe significare il fallimento dell’impegno profuso in tanti anni sui banchi di scuola. Ho svolto un lavoro per anni non legato al mio diploma, questo non ha mai interrotto il mio continuo informarmi, studiare, approfondire, la mia sete di conoscere, scoprire, viaggiare verso altri lidi e sponde lontane. Ancora oggi, rimane immutata la voglia di leggere ed informarmi per capire le piccole e grandi cose che la vita ci serba.nLa Cultura non deve necessariamente essere legata ad una funzionalità produttivistica, ad un tornaconto di accumulazione non di saperi, ma, di profitti. Così si snaturano millenni di amore per l’Arte fine a se stessa. Quella libera e indipendente azione spirituale di ricerca e approfondimento. Il Libero Pensare è fuori dal mercato, è bello librarsi in alto, spaziare senza vincoli e limiti temporali. nLa Cultura ha un unico obiettivo come azione profittevole. Un profitto legato alla crescita  proficua degli individui,  alla condivisione dei saperi e della Conoscenza.nLa Cultura è un alimento slow, lento, da gustare prolungando il piacere nel tempo.nL’approssimazione è altra cosa. E’ precarietà e limite. E’ un approccio che tale rimarrà. 
03/02/2016, 21:01



Schiave-di-letto-


 Ci penso spesso a quanto il destino possa deviare, cambiare corso, ponendo di fronte a responsabilità e scelte, talvolta imposte, talvolta necessarie ma che fagocitano tutto: sogni, ambizioni ed il diritto, sacrosanto, ad occupare un posto nella soci



Ci penso spesso a quanto il destino possa deviare, cambiare corso, ponendo di fronte a responsabilità e scelte, talvolta imposte, talvolta necessarie ma che fagocitano tutto: sogni, ambizioni ed il diritto, sacrosanto, ad occupare un posto nella società.
 
Accade che un genitore si ammali o non sia più autosufficiente e qualcuno, tra i parenti più stretti, si assuma il carico dell’impegno quotidiano della cura, incerta nella sua declinazione, tendenzialmente lunga. Accade che per lo più sia una figlia, una nipote: la femmina. Ed accade che in quel momento lei cominci lentamente a scomparire, di un impegno silente, continuo, gravoso, che non lascia spazio a molto altro. 
Le donne sono sempre quelle che pagano il prezzo più alto, portando croci sulle spalle che nessuno alleggerisce. Perché è difficile essere donna a qualunque latitudine ed in qualunque società, anche la nostra, apparentemente evoluta, assistenziale. Perché è difficile esserlo se non hai un lavoro, l’indipendenza economica. Perché è difficile trovare un lavoro se non hai le energie necessarie e la forza di affrontare spese, odissee tra curriculum e dinieghi preventivati. Perché è ancora più difficile pretenderlo, se sei fuori dal mercato da anni ed hai la responsabilità di un genitore malato che necessita di assistenza quotidiana, costosa, impossibile da delegare a terzi. 

Mi sono fatta raccontare, ho osservato che cosa può diventare la vita accanto ad un parente affetto da disturbi neurodegenerativi o immobilità motorie, in quelle case che hanno tutte l’odore inconfondibile di pomate e di alcool, pile di medicinali riposte sul comodino vicino al letto, insieme alle foto di santi e madonne. Odore di stanze troppo abusate, di pannoloni, di aria che non ripulisce dalle imprecazioni e dalle attese. E di solitudini laceranti al chiuso delle stanze. Piaghe dell’animo nelle pieghe dei corpi.

Le ore della giornata sono lenzuola da cambiare, pranzi e cene da imboccare su labbra che fanno smorfie involontarie, passeggiate nei corridoi, avanti ed indietro, nei girelli e sotto le braccia allenate; corpi da uccellino da rigirare nei letti, o corpulenti come quello di un padre che conserva la sua stazza maestosa, il principe azzurro di un tempo per quella figlia infermiera. E la notte che non dura mai una notte, fatta di incubi che squarciano i sogni con i lamenti a cui non ci si abitua. 
La tabella di marcia di una vita nella prigione della malattia è scandita da medicamenti, flebo, farmaci ogni due ore, ogni 4, ogni 8, segnate su calendari un po’ storti insieme alla data di scadenza dell’IMU; bomboloni di ossigeno da trascinarsi dietro, riti burocratici tra "carte" per la pensione e la farmacia sotto casa, senza borsa "che sono solo pochi passi". 
L’amore non basta: non basta a sostenere l’inversione dei ruoli, lo sguardo perduto e vuoto di chi si ama, quei silenzi che svelano l’assenza in cui fatichi a riconoscere una madre, le fragilità, i pianti, la perdita di pudori; le urla e l’aggressività pretenziosa. Perché gli anziani malati, i malati già anziani sono spesso egoisti e prepotenti. Cattivi. Perché non è quasi mai vera quella storia per cui, il dolore e la sofferenza rendono migliori e più forti. Perché chi vede fuggire la propria vita, strappata dalle carni e dalla memoria non è sereno: è terrorizzato, sconvolto. E’ arrabbiato.

E così, in quella casa, si consumano due esistenze, di cui una diventa funzione dell’altra, fuse: una, viva, ogni giorno sempre meno, che cerca di frenare la corsa alla morte biologica dell’altra, che intanto le succhia il respiro e l’alito. Paradossi sociali per cui il malato è spesso l’unico in quella casa ad essere vivo economicamente, a percepire il riconoscimento ed un sostentamento, mentre la badante/infermiera/figlia è un fantasma senza posizione che, quell’impegno totalizzante, il letto che accudisce, rende per amore e per imposizione di fatto una schiava.

Ed intanto il tempo fugge via, come dal finestrino di un treno: veloce.

"Quest’anno spero che ci sia una svolta per me" mi ha detto Annabella qualche giorno fa. Colta intelligente, si prende cura da 7 anni di una madre malata di Alzheimer con forza, dedizione ed amore. nnLo stesso amore con cui sogna, ancora, un futuro per lei.
21/12/2015, 00:28





 E’ da qui che vogliamo partire, ed è esattamente lì che vogliamo ancora arrivare in un gioco caleidoscopico di visioni e pensieri, dove la realtà non deve mai vincere sulla fantasia, e la fantasia deve essere sempre al servizio della realtà: perché l



E’ da qui che vogliamo partire, ed è esattamente lì che vogliamo ancora arrivare in un gioco caleidoscopico di visioni e pensieri, dove la realtà non deve mai vincere sulla fantasia, e la fantasia deve essere sempre al servizio della realtà: perché le distorsioni, se esistono, non devono creare mostri, ma solo momenti di rottura dentro i quali coltivare giardini, ascoltarsi come musica, confrontarsi, ritrovare sé stessi. Ripartire. Dunque abbiamo scelto Kairòs, per dare senso e titolo a questa avventura, e per ribadire con convinzione che le parole hanno un significato preciso e responsabilità insite dalle quali non possiamo fuggire. Kairòs, preso in prestito dai greci antichi, come il tempo opportuno, il tempo debito, occasione offerta dove la nostra quotidiana esperienza può trovare un’occasione per tornare a manifestarsi: il tempo dove la parola si incontra con l’ascolto senza fraintendimento, in una esatta coincidenza, in contrapposizione al più percettibile Kronos, "ieri, oggi e domani", l’eterno rivale. Vogliamo lanciare una sfida: scommettere nel tempo cairologico, esteso, nel quale "qualcosa" di speciale accade. E farci aiutare dalla parola, e da chi la usa in quanto essere speciale. Nella lotta tra kairòs, lo spazio sospeso, e chronos, la logica sequenziale, kairòs è sempre stato perdente. Ed è da questa sconfitta che la parola cessa. Dobbiamo tornare a riappropriarci di un tempo non cronologico e di dare dignità alle parole come solo strumento che abbiamo per arginare questa orgia prolissa, consumistica e ciarliera in cui ci stanno richiudendo: gabbie umane dentro le quali passano rancio scadente e fetido, in cui tutto è illuso, confuso, imposto, drogato, corrotto. Il nostro kairòs è l’attenzione alle sfumature, i particolari, le pause; è una porta sempre aperta, il dialogo, l’incontro; è condivisione, ricerca, accoglienza. Il nostro kairòs è un ponte ed è femmina


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